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Scarpinato: storia criminale della classe dirigente italiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco Belletti   
Martedì 17 Novembre 2009 08:20


Uno dei più raffinati uomini di potere della storia occidentale, il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: “Il trono si conquista con le spade e con i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”. Questa massima riassume in modo, io credo, magistrale la necessità del potere antidemocratico e autoritario di plasmare il sapere sociale in modo da alimentare imposture funzionali alla sua perpetuazione.

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Il lavoro della costruzione delle imposture è affidato da sempre agli intellettuali e costituisce una delle loro principali fonti di reddito. L’Italia è sempre stata una straordinaria fucina di intellettuali costruttori di imposture al servizio del potere. E non è un caso che una delle massime icone nazionali resti Niccolò Machiavelli, prototipo nazionale di intellettuale che, invece di smascherare le imposture del potere, ha come massima aspirazione quella di divenire il consigliori del principe di turno, anche se – come nel caso di Cesare Borgia – si tratta di un lestofante, capace di ogni nefandezza, pluriomicida e stragista.

In questo Paese, patria elettiva di impostori d’ogni genere, Barbacetto, Gomez e Travaglio sono tra i pochi intellettuali che sono rimasti a svolgere un importante ruolo di supplenza civile e di vigilanza democratica. Supplenza civile nel ricostruire con meticolosa pazienza la memoria di fatti storici che sono oscurati o distorti dalla televisione di Stato, dalla televisione commerciale o dagli apparati culturali di regime. Vigilanza democratica nei confronti di un potere ogni giorno più arrogante, che alimenta la pratica dell’omertà di massa e riduce al silenzio chiunque rifiuti di allinearsi.........continua[premi leggi tutto]

 

 

Il generale Videla, sanguinario dittatore argentino, soleva ripetere: “La memoria è sovversiva”. Aveva ragione. La memoria è come un indice puntato contro i crimini del potere che ha necessità di riverginarsi, cancellando dalla memoria collettiva i fatti storici; in questo senso i tre autori di questo libro possano definirsi dei sovversivi e mi coglie il dubbio che il loro chiamarmi alla presentazione di questo libro sia una sorta di chiamata in correità, da sovversivi a un sovversivo quale io sono stato a volte definito, per il fatto che nel mio ruolo istituzionale da anni mi occupo di ricostruire la memoria storica di misfatti che non riguardano i soliti Provenzano di turno ma i loro eccellenti protettori politici, senza i quali questo Paese si sarebbe liberato della mafia da più di un secolo.

Un libro nelle cui pagine si narrano vicende criminali non dovrebbe assumere il respiro della grande storia. Nelle democrazie mature la criminalità non fa storia; è un capitolo marginale e specialistico che interessa criminologi, penalisti e qualche appassionato della materia. In Italia, invece, leggendo questo libro se ne ha una significativa conferma: la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è inestricabilmente intrecciata con la criminalità della sue classi dirigenti. Nessuno storico serio potrebbe ricostruire la storia di questo Paese – spiegare perché la storia a un certo punto ha assunto una certa direzione invece che un’altra, perché sono state emanate certe leggi, perché sono state effettuate importanti modifiche costituzionali – senza tenere conto del modo in cui si è evoluta nel tempo la criminalità delle classi dirigenti.

Per restare solo sul tema della corruzione, quanti oggi ricordano, per esempio, che la Banca d’Italia fu istituita a seguito dello scandalo finanziario del crack della Banca Romana nel 1892? Un istituto autorizzato dallo Stato a stampare banconote, che stampava banconote false, e che elargiva finanziamenti senza garanzie foraggiando un enorme stuolo di parlamentari, senatori, membri della famiglia reale, ministri, Presidenti del Consiglio. E vi pare forse una coincidenza che, a distanza di più di un secolo, la recente legge di riforma della Banca d’Italia che rende temporaneo il mandato del Governatore della banca, sia avvenuta a seguito di un altro scandalo, quello della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro, all’Antonveneta e al Corriere della Sera, che ha visto ancora una volta protagonisti un’allegra brigata di speculatori, del cui patrimonio non si ha la possibilità di ricostruire l’origine, insieme a senatori, a deputati, a un ex Presidente del Consiglio?

Ci si rende conto di come eventi istituzionali – l’emanazione o la mancata emanazione di alcune leggi, la privatizzazione di enti di Stato, la realizzazione di alcune riforme istituzionali – sono tutti eventi che, al di là delle motivazioni ufficiali ammannite all’opinione pubblica, hanno una segreta origine in vicende criminali e in transazioni di vertice tra i potentati nei quali si articola la classe dirigente.

L’irrazionalità talora inspiegabile di talune leggi, in palese contrasto con l’interesse pubblico e con i più elementari principi di buona amministrazione, è irrazionale solo all’apparenza, solo se si tenta di interpretare la legge alla luce delle sue motivazioni ufficiali. Si pensi, per citare un solo esempio, alla recente legge sull’indulto che ha ingolfato gli uffici giudiziari con milioni di processi inutili perché riguardano reati indultati per i quali non potrà essere applicata la pena e ciononostante dovranno essere celebrati.

Solo se si ricostruiscono le vicende criminali che hanno preceduto e che sono state contemporanee all’emanazione della legge dell’indulto, è possibile individuare in controluce la razionalità occulta della legge. Una razionalità politica e non apertamente confessabile, dunque destinata a restare nell’osceno, nell’obscenum. La razionalità politica inconfessabile era lo scambio di prigionieri, cioè: garantire l’impunità a imputati eccellenti, a imputati protetti da potenti, a gole profonde che se avessero parlato avrebbero potuto tirare giù tutti i santi dal paradiso. Per comprendere il motivo di questa norma bisogna guardare semplicemente l’elenco dei 10 imputati che in quel momento rischiavano la galera.

Ne consegue che l’impostura, cioè la menzogna di regime, funzionale alla perpetuazione del potere illegale, è arrivata a contaminare perfino la legge, cioè quella che dovrebbe essere la massima espressione dello Stato democratico di diritto e della sovranità popolare. In altri termini, i pozzi sono avvelenati. E l’acqua, marcia per infiltrazione e trasudazione, intride ormai parte delle mura e dei pilastri portanti della casa comune. Una casa che ogni giorno di più è ammorbata dall’illegalismo di massa di queste classi dirigenti. In altri termini, ieri come oggi, la questione criminale – essendo questione che riguarda in gran parte la classe dirigente – è inestricabilmente intrecciata alla questione Stato. E il suo evolversi determina l’evoluzione delle forme stesse dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi.

Se ripercorriamo la storia del Paese, possiamo constatare come dallo scandalo della Banca Romana del 1892 ad oggi è sempre stato un ininterrotto susseguirsi di scandali finanziari, dal periodo dell’età monarchica, al fascismo, che arrivando fino alla Prima Repubblica si ricongiungono con straordinaria continuità agli scandali dell’ultimo periodo. Una storia circolare, che si ripete sempre uguale a se stessa, anche nei suoi esiti finali, cioè l’impunità garantita ai potenti.

Se si esamina la composizione della popolazione carceraria, dall’Unità ad oggi, ci si rende conto che non è mai cambiata. In galera finiscono sempre e soltanto gli ultimi della piramide sociale. I potenti non ci vanno a finire mai.

Nonostante il susseguirsi delle forme diverse dello Stato (monarchia, fascismo, repubblica) persiste in questo Paese una straordinaria continuità della giustizia di classe. Gli unici momenti storici nei quali la giustizia di classe sembra essersi incrinata, essersi trasformata in una giustizia uguale per tutti, sono motivi transitori nei quali, per motivi di carattere internazionale, la classe dirigente di questo Paese è entrata momentaneamente in crisi allentando la sua presa sull’ordine giudiziario.

Possiamo ricordare due momenti: la caduta del fascismo a seguito della Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Muro di Berlino. Non appena i fattori internazionali esauriscono i propri effetti, gli assetti interni si riequilibrano e la classe dirigente riprende a condizionare la giurisdizione in modo da disinnescare il controllo della legalità e garantirsi l’impunità.

L’avversione del ceto politico e dell’establishment al processo penale ha una ragione profonda. Da Tangentopoli ad oggi i processi, oltre ad assolvere alla loro funzione istituzionale di accertare la responsabilità penale di specifici individui in relazione a specifici reati, hanno assolto anche a un’altra importante funzione: quella di un rito di disvelamento collettivo dell’oscenità del potere.

I cittadini hanno compreso che il vero potere non è quello che si esercita sulla scena. Sulla scena istituzionale, il potere si mette, appunto, in scena. Il vero potere è quello che viene praticato nel fuori-scena, nell’obscenum, nell’osceno. E lo spettacolo è raccapricciante. Disgustoso.

Il velo di omertà collettiva che il potere ha costruito attorno alla propria attività oscena, mediante metodi di intimidazione che sembrano volti a replicare in modo incruento quelli mafiosi, viene talora lacerato dalle microspie delle intercettazioni che, essendo macchine inintelligenti, non intendendosi di compatibilità sistemiche, registrano oggettivamente e in diretta la voce del potere. Ed è come rimuovere un sipario e intravvedere, dietro i sepolcri imbiancati che occupano la scena, un immondo verminaio.

Rileggere le trascrizioni delle intercettazioni lascia costernati per il tasso di violenza che trasuda dalle conversazioni dei potenti. Se sono rimasto impressionato io, che da anni passo il tempo ad ascoltare le conversazioni dei mafiosi, vi potete immaginare… anzi, se devo essere sincero, vi devo dire che il linguaggio di taluni mafiosi è più castigato e signorile di quello di alcuni potenti.

Sarebbe ora di farla finita con la solita solfa della questione morale. Una corruzione sistemica che dura dall’Unità d’Italia ad oggi non è questione morale, ma è questione criminale che per la sua dimensione di massa investe il funzionamento stesso dello Stato, della democrazia, e ha proiezioni macro-economiche.

Una patologia del potere che dura ininterrottamente da più di un secolo e mezzo va interpretata per quello che realmente è, io credo. E cioè un codice culturale che plasma la forma stessa dell’esercizio del potere. Forse, in Italia, la corruzione non è una deviazione del potere, ma una forma “naturale” di esercizio del potere che gode di accettazione culturale da parte della classe dirigente e che si basa sulla rassegnazione culturale dei ceti sottostanti. La corruzione fa parte della Costituzione materiale del Paese. E’ una componente organica della politica italiana e dunque è una questione macro-politica con la quale bisogna fare i conti a livello macro-economico. All’interno della classe dirigente, la corruzione è considerato un comportamento normale e quindi accettato e ratificato.

La stessa depenalizzazione strisciante o palese di molti comportamenti criminali della classe dirigente, dal falso in bilancio all’abuso in atti di ufficio, e contemporaneamente la criminalizzazione del disagio sociale – lavavetri, eccetera – sono l’emblema di una classe dirigente che ha buttato la maschera e che sta procedendo a tappe forzate alla costruzione di un diritto di classe a doppio binario: plotone di esecuzione per gli ultimi, per quelli senza potere, e foro addomesticato per i propri pari.

Qual è il fattore che ha determinato questa rottura degli argini? Io avanzo un’ipotesi. Credo che sia un fattore di carattere internazionale, cioè: la fine del pericolo comunista. Mi spiego. Sino alla caduta del Muro di Berlino, il pericolo del sorpasso comunista funzionava da segreto calmieratore degli appetiti predatori della classe dirigente, perché la sofferenza e l’ingiustizia sociale determinate da un eccesso di predazione potevano alimentare un dissenso che poteva canalizzarsi politicamente verso i partiti di sinistra e realizzare un’alternativa di sistema. Ricorderete il successo politico della “questione morale” di Berlinguer.

Per scongiurare il pericolo del sorpasso rosso, l’ala più dura e oltranzista della classe dirigente ha usato il bastone dello stragismo, dell’omicidio politico; l’ala riformista ha invece proceduto alla costruzione di uno Stato sociale che ha consentito ai migliori italiani di costruirsi un portafoglio sociale costituito da diritti fondamentali, quali il lavoro a tempo indeterminato, la sanità, la scuola.

Il pericolo del sorpasso rosso improntava anche i rapporti tra il grande capitale e la politica. Il grande capitale aveva bisogno della politica non solo per i propri interessi ma anche per svolgere un’importante funzione di mediazione sociale. La fine del pericolo del sorpasso comunista ha fatto venir meno questo importante calmieratore. L’impossibilità di un’alternativa, l’irrilevanza della classe operaia nell’economia post-industriale globalizzata ha privato di sbocchi politici l’antagonismo sociale, disarticolandolo.

Il primo ad accorgersene è stato il grande capitale, che quasi non ha più bisogno della mediazione politica per fare i propri interessi. Se nell’economia industriale il capitale era legato a un territorio, a una fabbrica, e quindi era costretto a rivolgersi ai professionisti della politica per esercitare una mediazione, oggi questo capitale è libero da ogni vincolo territoriale: se qualcuno osa protestare si delocalizza, si chiude la fabbrica, ci si trasferisce altrove.

Il capitale ha sempre meno bisogno della politica, delle vecchie pratiche corruttive. Il grande capitale si è ripreso il potere. Ed è ritornato ai metodi di sfruttamento propri dell’inizio della Rivoluzione Industriale. Negli ultimi 10 anni, i profitti delle imprese sono cresciuti del 90% mentre i salari sono cresciuti del 5%. Vent’anni fa lo scarto tra la remunerazione dei dipendenti e quella dei massimi dirigenti era di 1 a 40, oggi è di 1 a 400.

Il minor peso che, all’interno della classe dirigente, è venuta assumendo quella parte che ormai viene definita “la casta”, ha costretto il ceto politico a reinventarsi le forme della corruzione. E per capire quali sono queste nuove forme dobbiamo fare riferimento, io credo, a un altro fattore di carattere internazionale, e cioè il processo di unificazione europea.

Sino agli anni ’90, la corruzione sistemica veniva finanziata tramite l’inflazione. La dilatazione senza limiti della spesa pubblica consentiva di foraggiare gli enormi costi della corruzione e di mantenere enormi circuiti clientelari. Basti pensare che il giro d’affari della corruzione aveva generato un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi con 15-25.000 miliardi di interessi annui sul debito. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno era cresciuto dal 60% nel 1980 al 118% nel 1992.

I rigidi parametri imposti da trattato di Maastricht hanno fatto venir meno la possibilità di finanziare la corruzione con la dilatazione a go-go della spesa pubblica e con l’inflazione. Niente più soldi per i grandi appalti per opere pubbliche, come era stato sino agli anni ’80. A questo punto, le modalità di predazione conosciute e classiche hanno lasciato posto a nuove forme ancora più pericolose. Per spiegarmi, farò ricorso ad una metafora.

Quando manca il cibo, l’organismo umano è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Esaurite le risorse interne energetiche conservate nei follicoli adiposi di grasso, inizia ad attingere ai muscoli, che dunque progressivamente si rachitizzano, fino a quando si crea uno squilibrio generale e il corpo si ammala.

A causa dei vincoli europei e internazionali del trattato di Maastricht, il sistema corruttivo italiano è stato messo a dieta. A questo punto, in mancanza di risorse esterne, cioè una spesa pubblica dilatabile senza limiti, ha cominciato ad attaccare le riserve interne. In altri termini, ha cominciato a nutrirsi del tessuto connettivo del corpo sociale, mediante il progressivo e sistematico smantellamento dello Stato sociale e il trasferimento delle risorse destinate allo Stato sociale ai privati, o meglio ad alcuni potentati privati.

Questa complessa ristrutturazione si declina su vari versanti. Uno dei più importanti è quello delle privatizzazioni, occulte o palesi. La stessa classe dirigente, che nel corso della Prima Repubblica aveva distrutto la credibilità del pubblico con le proprie pratiche corruttive e lottizzatorie, continua a screditarlo facendosi portavoce interessata di un pensiero neoliberista per cui “pubblico” è sinonimo di inefficienza e spreco, mentre “privato” è garanzia di efficienza e di risparmio.

Un esempio interessante è quanto sta avvenendo nel settore della sanità, divenuta da anni oggetto di appetiti di tanti, perché quello della sanità costituisce uno zoccolo duro della spesa pubblica, incomprimibile per tanti motivi. Lo smantellamento progressivo dello Stato sociale che sta attraversando occlultamente tutto il sistema sanitario viene realizzato mediante il dirottamento dei fondi statali dagli ospedali pubblici alle cliniche private convenzionate; cliniche private di cui sono spesso soci, palesi o occulti, esponenti del ceto politico, loro parenti e prestanome. Il finanziamento dei privati avviene con i soldi pubblici che sono sottratti agli ospedali pubblici. E infatti quel che accade è che vengono ceduti al mercato tutti i pezzi pregiati del sistema sanitario suscettibili di produrre alti profitti, le alte tecnologie, la diagnostica raffinata, la chirurgia complessa, la biomedica applicata, mentre vengono lasciati al pubblico i settori a bassa redditività o a redditività nulla, come per esempio la rianimazione. Le prestazioni effettuate dalle cliniche private vengono poi rimborsate da alcune Regioni con tariffari d’oro.

In Sicilia abbiamo verificato che i costi per una clinica privata convenzionata con la Regione erano duemila volte quelli previsti dal mercato. In due anni, la clinica privata aveva indebitamente percepito dalla Regione siciliana 80 miliardi delle vecchie lire. Gli accordi sul tariffario regionale tra il proprietario della clinica e il presidente della Regione avvenivano nel retrobottega di un negozio di un sarto. La Regione siciliana ha stipulato 1826 convenzioni con cliniche private – si tratta di un numero superiore a 20 volte quello della Regione Emilia Romagna e superiore a quello di tutte le altre Regioni messe assieme.

Le strutture pubbliche, depauperate di risorse, vengono condannate a un progressivo degrado. La gente muore di malasanità perché per esempio non trova un posto in rianimazione, nonostante giri tanti ospedali. E’ costretta a passare la notte in barelle improvvisate e in locali fatiscenti. La malasanità, figlia della malapolitica, causa più morti delle guerre di mafia. Cadaveri non eccellenti di poveri cristi, senza santi in paradiso.

Sempre per restare in tema di privatizzazione, i processi penali hanno dimostrato in che cosa si sono risolte molte privatizzazioni italiane: svendite sottocosto di beni di Stato, arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godevano di importanti protezioni politiche. Ne è un esempio la scalata alla Telecom, realizzata con l’accordo trasversale della destra e della sinistra, tanto che viene allora coniato il termine “Bicamerale della finanza”, con l’alterazione delle regole del libero mercato mediante pesanti interventi di protettori politici e che frutta, alla fine, una plusvalenza di 3.000 miliardi delle vecchie lire che finiscono nelle stesse tasche di taluni che, anni dopo, tenteranno lo stesso colpo gobbo con le scalate all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della Sera. Intascata la plusvalenza, la Telecom viene venduta a Tronchetti Provera e sappiamo l’altra parte della storia: una grossa fetta delle plusvalenze realizzate finisce nelle tasche dei tesorieri della finanza rossa, che la dirottano illecitamente – per sottrarla al fisco – su conti esteri, e poi la fanno rientrare in Italia approfittando dello “scudo fiscale” e del “condono tombale”.

Ed ecco un altro esempio dell’oscenità del gioco grande del potere. Mentre sulla scena pubblica gli esponenti della sinistra ed esponenti della destra si contrappongono, nel fuori-scena sono soci in affari. Mentre, sulla scena pubblica, la sinistra critica lo “scudo fiscale”, il “condono tombale” e l’evasione fiscale, poi nel fuori-scena suoi autorevoli esponenti ne usufruiscono ampiamente, secondo la vecchia pratica italiota del predicare bene e razzolare male.

Dopo questo lungo e triste procedere nella palude del presente, viene da chiedersi: chi salverà questa democrazia da se stessa? Sino ad oggi mi pare che questa democrazia sia stata salvata dalle sue minoranze. La nostra stessa Costituzione fu opera di una minoranza: di antifascisti, partigiani, l’élite della cultura cattolica e liberale. Una minoranza etica e culturale che non rispecchiava la realtà culturale del Paese. Se si pone a confronto l’Italia disegnata nella Costituzione e l’Italia reale del 1948 – un Paese arretrato, contadino, con 6 cittadini su 10 senza licenza elementare – si comprende come esista un abisso tra queste due Italie.

La nostra Costituzione superò noi stessi e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo, indicando un modello da raggiungere. Quella Costituzione ha continuato a salvarci nel corso del tempo e continua a salvarci nei momenti più difficili. Quando sento riproporre progetti di modifica della Costituzione, perché vecchia e superata, mi si rizzano i capelli sulla testa. Vecchi e superati – anzi, espressione di culture decrepite e premoderne – sono molti di coloro che vogliono manometterla. La nostra Costituzione è e resta giovanissima, tanto giovane da appartenere più al nostro futuro che al nostro passato.

Fino a quando questa Costituzione c’è, c’è la possibilità di credere nello Stato, uno Stato che si fondi appunto sulla separazione dei poteri, sul primato della legge come comando impersonale uguale per tutti. Se questa Costituzione dovesse essere completamente brutalizzata, svuotata, si ritornerebbe alla vecchia tradizione italiana del potere personale sganciato da qualsiasi controllo e limitazione.

Dichiarazioni di Roberto Scarpinato, giudice antimafia, Procuratore Aggiunto di Palermo e autore del libro “Il ritorno del Principe” (ed. Chiarelettere), rese in due diverse occasioni a Roma nel corso del 2008, per presentare il proprio libro nonché il volume “Mani sporche” scritto da Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio.

 

 

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