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Grecia Dalla disperazione alla resistenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Bruno Demartinis.   
Domenica 18 Marzo 2012 22:59

di Panagiotis Sifogiorgakis[i]

Traduzione dall’inglese di Bruno Demartinis


La Grecia sta diventando il laboratorio per sperimentare un caso limite di ingegneria sociale neoliberista. I termini del nuovo pacchetto di salvataggio offerto dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, la cosiddetta Troika, sono simili a un bombardamento a tappeto su ciò che rimane dei diritti sociali collettivi e rappresentano un drastico tentativo di riportare indietro sino agli anni ’60 i livelli salariali e la situazione occupazionale.

Nei termini dei nuovi accordi i seguenti drastici cambiamenti sanno per essere messi ai voti:Il salario minimo, che sino ad ora era determinato dai termini del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro sottoscritto dalla confederazioni sindacali e dalle associazioni degli imprenditori, sta per essere ridotto al 22%. Per i nuovi assunti sotto i 25 anni la riduzione arriverà al 32%. E questo colpirà immediatamente circa il 25% della forza lavoro complessiva in Grecia. Come se non bastasse, gli scatti d’anzianità (gli incrementi salariali determinati dagli anni di esperienza di lavoro) stanno per essere congelati.


  • Questa riduzione sta per colpire anche ogni altro settore di lavoro dipendente tutelato da contratti collettivi e accordi. Con la maggior parte dei contratti che sono giunti o stanno giungendo alla loro scadenza, con in campo un nuovo sistema di contrattazione collettiva e di mediazioni che favorisce apertamente i padroni, i termini del nuovo accordo pretendono che anche i rapporti individuali di lavoro nella maggior parte dei settori si avviino a cambiare direzione con riduzioni di stipendio sino al 50% (sinora anche quando un contratto collettivo scadeva, i contratti individuali sottoscritti nei suoi termini non avrebbero potuto essere alterati). Queste diminuzioni di stipendio saranno devastanti, prendendo in considerazione il fatto che drastiche riduzioni delle retribuzioni nel settore pubblico sono già state imposte e che il costo del lavoro in Grecia è già caduto al 25 %,  anche a causa della disoccupazione che ha raggiunto livelli mai visti prima (il tasso di disoccupazione ufficialmente registrato a novembre superava il 20%).
  • Tutte le pensioni stanno per essere ridotte di più del 15%, una diminuzione successiva ad altre che erano state imposte precedentemente. Per giunta le condizioni dell’accordo  pretendono una nuova revisione del sistema pensionistico che spalancherà le porte a ulteriori riduzioni e all’innalzamento dell’età pensionabile. Le riduzioni delle pensioni non colpiranno solo le condizioni di vita della popolazione anziana, ma incrineranno anche la solidarietà intergenerazionale, un aspetto decisivo della coesione sociale in Grecia.
  • Tutte le forme di spesa sociale stanno per essere radicalmente tagliate, compresi i fondi per gli ospedali, per il servizio sanitario e l‘assistenza sociale.  Dato che gli ospedali sono già in condizioni critiche a causa dei tagli precedenti, si prevede che questa nuova ondata di riduzioni di spesa conduca a un drammatico deterioramento dei servizi sanitari in un paese che è già di fronte al deterioramento dei parametri di salute pubblica.
  • Si pretende una nuova ondata di privatizzazioni che includa la vendita di infrastrutture cruciali come i porti e gli aeroporti e la completa privatizzazione dei servizi pubblici.
  • Una nuova ondata di licenziamenti tra i dipendenti del settore pubblico sta per compiersi, favorita da massicce chiusure di istituzioni pubbliche, comprese scuole di primo e secondo grado, università, dipartimenti e agenzie, come quella responsabile per l’edilizia popolare. Come se non bastasse, le condizioni di lavoro nei servizi pubblici (parzialmente di proprietà dello Stato) e nelle banche stanno per cambiare con l’eliminazione di tutte le misure a favore della stabilità del posto di lavoro, il che condurrà a un’ulteriore ondata di licenziamenti di massa.

Il costo sociale di questa trasformazione comincia ad essere smisurato. Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale,  gran parte della società greca è minacciata dal pericolo di un’estrema pauperizzazione. I primi segnali sono già qui: aumento delle persone che non hanno un tetto, incremento delle mense per i poveri e una nuova marea di emigranti che lasciano la Grecia in cerca di un lavoro. E le cose possono solo peggiorare: le tradizionali forme di solidarietà che si esprimono soprattutto attraverso le relazioni famigliari non potranno far fronte più a lungo alla situazione.

È  sin troppo ovvio che la maggior parte di queste misure hanno poco o nulla a che vedere con l’incremento del debito. In realtà le riduzioni dei salari nel settore privato stanno riducendo i contributi fiscali delle pensioni, aggravando il deficit. Quello che è in gioco è il tentativo da parte della Troika UE-FMI-BCE e delle frazioni egemoni della borghesia greca di imporre con la violenza un cambio di regime sociale in Grecia.

Secondo la narrazione dominante il problema per la Grecia è una cronica insufficienza di competitività nelle esportazioni che esige un nuovo approccio basato sul lavoro a basso costo e sulla soppressione di qualsiasi misura  di salvaguardia ambientale, di ogni regolazione urbanistica e protezione del patrimonio archeologico, che potrebbero scoraggiare gli investitori potenziali. Tutto questo è finalizzato a portare la Grecia in una grande Area Economica Speciale per investitori. Quel che non viene raccontato in questa narrazione è non solo che i costi sociali finiranno per essere terrificanti, ma anche che questo costo del lavoro basso per le necessità competitive potrebbe condurre a una disperata corsa verso il baratro: è andata sempre così per i paesi, anche per quelli geograficamente vicinissimi [alla Grecia] come la Bulgaria, che hanno adottato una politica di bassi salari. Per di più, è ben noto il fatto che la competitività non dipende solo dal costo del lavoro, ma anche dalla produttività e ciò ha a che vedere con le infrastrutture, con le conoscenze, con le esperienze collettive e con le competenze: esattamente con quel che viene sistematicamente eroso nell’attuale situazione economica e sociale della Grecia.

Ciò che manca a questa narrazione è la crisi dell’Eurozona e dell’intero progetto di integrazione europea. Sta diventando evidente che il problema è l‘euro in quanto valuta comune in una regione segnata da grandi disparità di produttività e competitività. L’euro in una fase precedente è stato usato per esercitare una costante pressione a favore di una ristrutturazione capitalistica spinta dalla competitività, ma nello stesso tempo ha accresciuto gli squilibri soprattutto a favore delle nazioni-chiave d’Europa, come la Germania. In una fase di crisi del capitalismo l’euro può solo peggiorare le cose incrementando gli squilibri e aggravando la crisi del debito sovrano. Questo avviene perché la crisi dell’Eurozona è un aspetto decisivo dell’attuale crisi capitalistica globale e uno dei più catastrofici fallimenti del neoliberismo.

Nello stesso tempo l’Unione Europea sta subendo una mutazione in senso reazionario e autoritario. È questa la logica della governance economica europea, come è scritto nel nuovo patto fiscale. Conformandosi ad esso gli stati membri stanno per includere misure d’austerità come il pareggio del bilancio nelle loro costituzioni nazionali e i meccanismi istituzionali dell’Unione Europea avranno il potere di intervenire e imporre multe smisurate e tagli agli investimenti ogni volta che riterranno che uno stato membro non sia abbastanza prudente nella gestione delle sue finanze. E a questo scopo verrà utilizzata anche l’”abilità” del FMI nell’imporre austerità e privatizzazioni. La logica prevalente è quella della sovranità limitata e in questa direzione la Grecia rappresenta un test fondamentale. Ormai alle condizioni dei piani di salvataggio della Troika UE-BCE-FMI, in tutti i ministeri del governo greco sono in atto meccanismi di controllo che impongono tali politiche in modo pressoché neocoloniale. Ciò sta per diventare il modello dominante, se si imporrà la logica della governance economica europea. Ecco perché nonostante l’attuale governo greco si stia comportando in modo alquanto servile, sta ricevendo soltanto botte umilianti.

L’Unione Europea sta rapidamente diventando l’istituzione più autoritaria e antidemocratica nel continente europeo sin dai tempi del dominio nazista. Parlare di un “deficit democratico”non è sufficiente. Ciò che abbiamo descritto è un violento tentativo volto a costituire condizioni post-democratiche, a sovranità e responsabilità limitate e con pochissimo o nessuno spazio per il dibattito politico e il confronto sulle scelte di politica economica, finché queste saranno imposte dai mercati attraverso i dispositivi di controllo dell’Unione Europea. Vedere ex banchieri della BCE, come Monti e Papademos, diventare primi ministri, è più che un fatto simbolico.

Ma non basta darne la colpa all’attuale aggressività del neoliberismo e alla struttura quasi neocoloniale dell’Unione Europea. I settori più aggressivi del capitalismo greco (banche, edilizia, turismo, industria navale, energia) stanno appoggiando apertamente questa strategia. Sebbene settori di capitale siano stati danneggiati dalla recessione prolungata, e malgrado il fatto che la crisi abbia ridimensionato i loro piani per assumere un ruolo-guida nei Balcani, le frazioni dominanti stanno investendo sull’austerità, sul dispotismo nelle fabbriche, nelle scuole e negli uffici, e stanno sopprimendo qualsiasi forma di diritto del lavoro, per prepararsi a riacquistare profittabilità. Tuttavia, il problema è che con questa strategia un incremento delle esportazioni non può in alcun modo compensare la contrazione della domanda interna, che  può colpire persino le frazioni dominanti del capitale.

Il governo Papademos ha tentato di superare le condizioni di questo devastante piano di austerità ricattando ideologicamente la società greca con la minaccia del default e dell’uscita dall’Eurozona. Però la questione non è se la Grecia stia andando verso il default, ma come ci sta arrivando. Le misure imposte stanno conducendo unicamente a una forma di default controllato dai creditori ­ -essi hanno risolutamente imboccato la strada della ristrutturazione del debito e dello “scarto di garanzia”[1] rispetto al debito pregresso – e la società greca ne assume tutti i costi.

Poiché la Grecia ha rinunciato alle condizioni della sua stessa sovranità, scegliere l’immediata sospensione dei pagamenti e l’annullamento del debito è l’unica via praticabile per sfuggire al default sociale. Allo stesso tempo è anche necessaria l’uscita immediata dall’Eurozona. Sospendere il pagamento del debito e restaurare la sovranità monetaria favorirà la spesa pubblica per le immediate necessità sociali e contribuirà a fermare l’erosione delle basi produttive per le importazioni. Non è una scelta nazionalista, come hanno sostenuto alcune tendenze della sinistra greca ed europea, ma l’unica via per combattere la violenza sistematica delle attuali politiche dell’Unione Europea. Anzi, è autenticamente internazionalista, dato che è un primo passo nella direzione dello smantellamento della costruzione politica e monetaria europea strutturata in senso aggressivamente neoliberista; il che è qualcosa che va ovviamente nell’interesse delle classi subalterne di tutta l’Europa.

Sospensione del pagamento del debito ed uscita dall’euro non sono semplicemente soluzioni tecniche. Esse devono essere parte di un ampio ventaglio di necessarie misure radicali che dovranno includere la nazionalizzazione delle banche e delle infrastrutture cruciali, controllo sui capitali e redistribuzione del reddito. Ma persino queste misure sono ancora insufficienti: quello che occorre è un modello radicale di economia alternativa che vada in direzione anticapitalista, che dovrà basarsi sulla proprietà collettiva, su nuove forme di pianificazione democratica, sul controllo da parte dei lavoratori, su reti non commerciali di distribuzione alternativa e su uno sforzo collettivo in direzione del recupero del controllo sociale sulle capacità produttive.

Ripensare la possibilità di simili alternative radicali non è un semplice esercizio intellettuale. È anche un’esigenza politica urgente. Contro l’attuale ricatto ideologico e i tentativi del governo, delle classi dirigenti e del’Unione Europea di presentare l’austerità draconiana come unica soluzione, ciò che serve non è solo il rifiuto della miseria: si tratta di recuperare la fiducia nella possibilità dell’alternativa. L’egemonia è in ultima istanza di chi ha la capacità di articolare un discorso coerente su come un paese e una società possano produrre, soddisfare le necessità sociali, essere organizzate e governate. La crisi dell’egemonia neoliberista sta in realtà aprendo spazi politici e ideologici per un’alternativa contro-egemonica, ma questi non resteranno sempre aperti.  Per giunta in assenza di una visione ottimistica le classi dirigenti puntano a individualizzare la disperazione e il senso di sconfitta come strumenti per mantenere il dominio. Ricostruire la fiducia di massa nella praticabilità dell’alternativa richiede lavoro collettivo per un programma radicale basato sulle esperienze che emergono dal terreno delle lotte. Questa è una delle sfide più urgenti che stanno di fronte alla sinistra greca.

Malgrado il fatto che una coalizione governativa d’unità nazionale guidata da Papademos sia stata praticamente imposta a novembre, la crisi politica è lontana dall’essere superata. Il PASOK, il partito socialista, sta affrontando la sua più difficile crisi, la conservatrice Nuova Democrazia si trova di fronte a una pressione crescente da parte della sua base perché non accetti le misure d’austerità, l’estrema destra è uscita dalla coalizione di governo. Ventidue parlamentari del PASOK e ventuno di Nuova Democrazia hanno votato contro l’accordo sul prestito e di conseguenza sono stati espulsi dai loro rispettivi partiti, segnando una nuova fase in una crisi politica aperta.

La pressione estrema da parte della troika, con funzionari del Fondo Monetario Internazionale come ad esempio Pool Thomsen che agiscono da governatori coloniali può solo far peggiorare le cose. Anche se l’accordo è passato attraverso il parlamento, da quando PASOK e Nuova Democrazia hanno formato un’ampia maggioranza che controbilancia il dissenso dei parlamentari, il sistema politico è stato stressato sino ai suoi limiti. Sono in atto tentativi di formare nuovi partiti politici, che includono anche un “partito di Papademos” che potrebbe includere tutti quelli che si dichiarano sostenitori del processo di cambiamento di regime in atto, ma che sono lontani dall’ottenere slancio.

In simili circostanze la sinistra sta ricevendo consensi crescenti, ma allo stesso tempo sta mostrando i limiti della sua strategia e dei suoi programmi. SYRIZA (la coalizione della sinistra radicale) si sta ancora cullando nella fantasia di una UE democratica e si rifiuta di portare avanti rivendicazioni del tipo dell’uscita dall’euro. Il KKE, il partito comunista, a dispetto delle sue posizioni anti-UE e di anticapitalismo radicale, mantiene una tattica settaria e sottovaluta la necessità di un programma transitorio tempestivo. ANTARSYA, la sinistra anticapitalista, sta giocando un ruolo importante nelle lotte e nell’esprimere obiettivi politici come l’annullamento del debito e l’uscita dall’euro, ma non dispone del necessario accesso ad ampi settori delle classi subalterne. Quello che serve è una radicale ricomposizione della sinistra greca, sia nel senso dell’elaborazione collettiva di un’alternativa radicale, che possa creare le condizioni di una contro-egemonia, sia in quello della costituzione di un fronte di sinistra che possa rappresentare la nuova unità emergente delle classi subalterne evidente negli scioperi e nelle manifestazioni di massa e che si esprima in forma di auto-organizzazione, di reti di solidarietà, di esperienze collettive di lotta.

Attualmente la Grecia sta entrando in una nuova fase del conflitto popolare prolungato contro le politiche della Troika UE-BCE-FMI. Lo sciopero generale di 48 ore del 10 e 11 febbraio, le dimostrazioni di massa e gli scontri di piazza del 12 febbraio hanno segnato un nuovo punto di svolta nelle lotte. La “guerra popolare” è lontana dalla sua conclusione. Di fonte al pericolo di un’estrema regressione storica, ci rifiutiamo di perdere la speranza.  Insistiamo invece sulle “congiunture  di opportunità” per un cambiamento sociale aperte dalla fase attuale. E lotteremo sino in fondo.

 

[i] Panagiotis Sifogiorgakis è membro della direzione  dell’Organizzazione dei Comunisti Internazionalisti della Grecia (OKDE – Spartakos, sezione greca della Quarta Internazionale).


[1] Differenza fra il valore attribuito ai beni costituiti in pegno in un'operazione di anticipazione garantita, e l'ammontare del credito accordato [NdT].

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Commenti  

 
+1 #1 libero pensatore 2012-03-21 07:47
[img:error]Perc hé l'uomo possa ritrovare se stesso occorre rimandare indietro gli aggressori, accendere un patto sociale all'interno di ogni Nazione, riappropriarsi della propria Sovranità, privatizzare le banche per costituire una ed una sola Banca Pubblica per garantire una esplosione nel lavoro e nella economia. Il liberismo non è una buona medicina' ne per gli uomini ne per l'economia, E' un VELENO MICIDIALE.
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